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	<description>CineFatti &#124; Recensioni, news e focus di Cinema</description>
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		<title>Sushi Girl (Kern Saxton, 2012)</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2013 10:30:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>«Chi c’è, c’è, chi non c’è, non c’è» è un detto che non si può applicare a Quentin Tarantino. In un modo o nell’altro lui c’è sempre. Mi allego al filone, sempre più grande per fortuna, di quelle persone che considerano il tarantinismo una malattia del cinema contemporaneo. Di Quentin Tarantino ce n’è uno solo, [...]</p><p>The post <a href="http://cinefatti.it/sushi-girl-kern-saxton-2012/">Sushi Girl (Kern Saxton, 2012)</a> appeared first on <a href="http://cinefatti.it"></a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">«<i>Chi c’è, c’è, chi non c’è, non c’è»</i> è un detto che non si può applicare a Quentin Tarantino. In un modo o nell’altro lui c’è sempre. Mi allego al filone, sempre più grande per fortuna, di quelle persone che considerano il tarantinismo una malattia del cinema contemporaneo. Di Quentin Tarantino ce n’è uno solo, tentare in maniera blanda di copiare o imitare il suo stile è un sintomo della sua influenza che andrebbe evitato come il cancro. Del resto, imitare un imitatore dovrebbe essere visto come uno dei più grandi <i>nonsense</i> dei nostri tempi.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi ci sono quei registi che non imitano, ma che nascono da quella stessa fonte in cui Tarantino si era imbevuto, non solo mossi dal desiderio di raccontare una storia, ma anche di omaggiare i loro idoli cinematografici. Per <b>Kern Saxton</b> c’è di sicuro lo stesso Tarantino, ma anche una sfilza semi-infinita di attori diventati negli anni delle vere e proprie icone grazie al cinema di genere di ogni tipo. Nasce così, sulla stessa onda di <i>Le Iene</i> e <i>Armored</i>, <b><i>Sushi Girl</i></b>, un piccolo film costruito su tante chiacchiere, molte voci e poche immagini davvero significative.</p>
<div id="attachment_15749" class="wp-caption aligncenter" style="width: 370px"><a href="http://cinefatti.it/wp-content/uploads/2013/05/Sushi-Girl-2.jpg"><img class=" wp-image-15749" style="border: 2px solid black;" alt="Sushi Girl" src="http://cinefatti.it/wp-content/uploads/2013/05/Sushi-Girl-2.jpg" width="360" height="180" /></a><p class="wp-caption-text">Mark Hamill è Crow.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Dopo sei anni in carcere Fish esce da dietro le sbarre, dimenticato dalla famiglia, ma non dai suoi vecchi “colleghi”. Fuori della prigione aspetta un auto mandata da Duke, il boss della banda con cui Fish fece un colpo finito male. Ad aspettarlo vi è una ragazza vestita solo di sushi, <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Nyotaimori">nyotaimori</a> è il nome della pratica giapponese, ed attorno a quel tavolo la banda al completo: il viscido Crow , il violento Max, il redento Francis e lo stesso Duke. Come se non fosse passato un solo minuto da quel lontano giorno in cui un incidente mandò tutto in fumo, Fish è interrogato e torturato al fine di scoprire dove son finiti i diamanti, ma le sorprese si susseguiranno, una dietro l’altra.</p>
<p style="text-align: justify;">Il maggior colpo di scena non è affatto una sorpresa, c’era infatti da aspettarselo, la vera gioia di <i>Sushi Girl</i> sta nel vedere in azione <b>Tony Todd</b> al fianco di un tarchiato e “largo” <b>Mark Hamill</b>, il cui duetto con <b>Andy Mackenzies</b> funziona più di quanto ci si potesse aspettare. A loro si aggiungono <b>James Duval</b> e <b>Noah Hathaway</b>, mentre in piccoli ruoli secondari fanno la loro apparizione <b>Sonny Chiba</b>, <b>Jeff Fahey</b>, <b>Danny Trejo</b> e <b>Michael Biehn</b>. Si passa insomma da Candy Man a Luke Skywalker, da Atreyu a Machete, da Kyle Reese ad Hattori Hanzo.</p>
<div id="attachment_15751" class="wp-caption aligncenter" style="width: 412px"><a href="http://cinefatti.it/wp-content/uploads/2013/05/Tony-Todd.jpg"><img class=" wp-image-15751" style="border: 2px solid black;" alt="Tony Todd e Noah Hathaway in Sushi Girl" src="http://cinefatti.it/wp-content/uploads/2013/05/Tony-Todd.jpg" width="402" height="174" /></a><p class="wp-caption-text">Tony Todd e Noah Hathaway in Sushi Girl</p></div>
<p style="text-align: justify;">I meriti di <i>Sushi Girl</i> non nascono solo da casting eccellenti e un po’ piacioni, ma anche dalla buona sceneggiatura scritta da <b>Destin Pfaff</b> e lo stesso Saxton, i cui dialoghi brillanti, uniti principalmente all&#8217;interpretazione di Mark Hamill e alla imponente voce di Tony Todd, sono il miglior mezzo di intrattenimento di tutta la pellicola. Non un’opera memorabile né da ricordare negli annali, ma l’unione di così tante icone sotto una sola macchina da presa è qualcosa che rimarrà nella storia del cinema, quella storia scritta solo per chi ama quei personaggi forti e immortali. <i>Sushi Girl</i> è un film che rassomiglia in pieno la pratica del nyotaimori: feticismo puro, un richiamo fisico verso qualcosa di tanto amato.</p>
<p style="text-align: left;">Fausto Vernazzani</p>
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		<title>Il seme della follia (John Carpenter, 1995)</title>
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		<pubDate>Sat, 18 May 2013 10:30:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CineFatti</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La lezione migliore sugli adattamenti cinematografici la può dare solo chi ha capito che il racconto deve esser fatto proprio. Lo hanno capito David Cronenberg ed Alfred Hitchcock, per citare alcuni dei più noti, ma anche il genio <b>John Carpenter</b> con uno dei suoi più grandi cult: <b><i>Il seme della follia</i></b>. Tratto da nessun libro in particolare, ma ispirato alle novelle di H.P. Lovecraft, <i>In the Mouth of Madness</i> inizia come uno dei racconti più famosi dello scrittore di Providence, <i>La dichiarazione di Randolph Carter</i>, con una piccola differenza: John Trent non sta testimoniando sulla scomparsa del suo amico, ma è stato da poco internato in un istituto psichiatrico.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mestiere di John Trent è privo di fantasia tanto quanto necessita di furbizia, il suo scopo è smascherare i bugiardi tra quelle persone che dichiarano di aver diritto ai soldi dell’assicurazione in seguito ad una grave perdita. E il volto arguto, lo sguardo pieno di <b>Sam Neill</b> doveva essere scelto per questo personaggio straordinario. Dopo essere stato assalito da un uomo armato di ascia, scopre Sutter Kane (<strong>Jürgen Prochnow</strong>), uno scrittore di libri dell’orrore che vende più di Stephen King – secondo scrittore ispiratore de <i>Il seme della follia</i> -, svanito nel nulla da due mesi, ma le cui opere stanno dando vita ad un vero e proprio culto. Parte così un viaggio per scoprire la verità sulla scomparsa, voluta dalla casa editrice (il cui capo è un certo <b>Charlton Heston</b>) e Trent stesso, convinto dell’assurdità di tutto ciò.</p>
<div id="attachment_15723" class="wp-caption aligncenter" style="width: 431px"><a href="http://cinefatti.it/wp-content/uploads/2013/05/In-the-mouth-of-madness-2.png"><img class=" wp-image-15723    " style="border: 2px solid black;" alt="John Trent pronto all'apocalisse ne Il seme della follia di John Carpenter." src="http://cinefatti.it/wp-content/uploads/2013/05/In-the-mouth-of-madness-2.png" width="421" height="179" /></a><p class="wp-caption-text">John Trent pronto all&#8217;apocalisse.</p></div>
<p style="text-align: justify;">La figura dello scrittore come l’ha spesso intesa lo stesso King, ha un’aura divina, i suoi personaggi possono talvolta prendere vita o diventare delle vere e proprie divinità: Sutter Kane corrisponde a queste caratteristiche. Guidato dal potere di creature degli abissi, antiche quanto l’universo stesso, si prepara a dare al mondo una nuova non-forma. Come ne <i>La Cosa</i> e nell&#8217;altro compagno della cosiddetta trilogia dell’apocalisse, <i>Il signore del male</i>, anche ne <i>Il seme della follia</i> Carpenter dà importanza all&#8217;amorfo  alla futilità del corpo di fronte al male più assoluto. Uno spirito che vive nelle pagine di Lovecraft, un dolore elegante che deriva dai versi di Poe, e soprattutto una spettacolarità pop di natura kinghiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è nella follia che Carpenter ci porta, ci costringe ad affezionarci allo scetticismo di Trent tanto da far impazzire anche lo spettatore insieme con lui, il più sano degli uomini in un mondo affacciato sul cornicione d’un palazzo antico pieno di segreti. Al terzo capitolo di questa trilogia tematica capiamo come l’umanità sia destinata a finire, in un modo o nell&#8217;altro gli antichi, gli alieni o le nostre stesse credenze ci colpiranno e smembreranno dall’interno col nostro consenso, un terrore il cui più grande esempio è contenuto in una singola angosciante scena: <a href="http://www.youtube.com/watch?v=upNphtZCvjs">Sam Neill immerso nel colore preferito di Sutter Kane</a>. Scena che vista nell&#8217;insieme dell’intera pellicola fa rabbrividire quel pubblico più sensibile al tema.</p>
<p style="text-align: justify;">Al tempo della sua uscita, nel 1995, non fu affatto un successo commerciale, ma come ogni opera di John Carpenter, racchiude in sé un’ombra di genialità che pervade ogni fotogramma, illuminato con una personalità in pieno stile anni Novanta da <b>Gary B. Kibbe</b>. Lo status di cult non gli rende giustizia in verità, <i>Il seme della follia</i> ha in sé una delle migliori interpretazioni di sempre di Sam Neill, attore all&#8217;epoca alla ribalta grazie a <i>Jurassic Park, Lezioni di piano</i> e <em>Il libro della giungla</em>, ed una delle più belle visioni cinematografiche degli spaventosi testi di Howard Philip Lovecraft.</p>
<p style="text-align: left;">Fausto Vernazzani</p>
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		<title>Kiss of the Damned (Xan Cassavetes, 2012)</title>
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		<pubDate>Fri, 17 May 2013 10:30:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CineFatti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Prima Twilight, coi suoi teen sex-symbol luccicanti, poi The Vampire Diaries, incrocio tra Gossip Girl e la saga di cui appena detto. C&#8217;è stato anche True Blood a rappresentare il delirio di massa nel mondo edulcorato del vampirismo e della licantropia. Gli amori nati tra vampiri ed esseri umani subiscono un cambiamento epocale, diventando da mito maledetto a feticcio delle [...]</p><p>The post <a href="http://cinefatti.it/kiss-of-the-damned-xan-cassavetes-2012/">Kiss of the Damned (Xan Cassavetes, 2012)</a> appeared first on <a href="http://cinefatti.it"></a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Prima <em>Twilight</em>, coi suoi teen sex-symbol luccicanti, poi<em> The Vampire Diaries</em>, incrocio tra <em>Gossip Girl</em> e la saga di cui appena detto. C&#8217;è stato anche <em>True Blood</em> a rappresentare il delirio di massa nel mondo edulcorato del vampirismo e della licantropia. Gli amori nati tra vampiri ed esseri umani subiscono un cambiamento epocale, diventando da mito maledetto a feticcio delle adolescenti, a cui è facile mandare gli ormoni in fibrillazione con un paio di occhioni blu e qualche addominale ben scolpito. Se poi ci mettiamo anche due bei denti aguzzi grondanti sangue, il gioco è fatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mondo adora i vampiri. Peccato che quelli idolatrati oggi, oltre che gravemente adorati, abbiano la stessa dose di fascino e mistero di un uovo sodo, così come le storie da essi vissute. Attorno al 2008 Il vampiro vive in maniera ritirata, ma incontra l&#8217;amore della propria vita, ovviamente umano vivente, e per esso si strugge. Brillantini ed espressioni da trota a parte, nello stesso anno gli sceneggiatori più creativi della terra tentano di rinfrescare il mito del vampiro e dell&#8217;amore impossibile, farcendo le seconde serate televisive di sangue, sesso e paganesimo. Lo schema vincente «<em>Vampiro dannato + Umano dall&#8217;intelligenza vagamente sottosviluppata</em>» rimane, ed è difficile continuare ad assecondarlo. Così i vampiri scompaiono. Le ragazzine del 2008 sono cresciute, il vampiretto sexy dal capello fluente non attira più le adolescenti, ora impegnate nella visione di “cult d&#8217;epoca” come <i>I Love Shopping</i> e <i>La rivincita delle </i><em>bionde</em>.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://cinefatti.it/wp-content/uploads/2013/05/Kissofthedamned2.png"><img class="aligncenter  wp-image-15742" style="border: 2px solid black;" alt="Kiss of the Damned" src="http://cinefatti.it/wp-content/uploads/2013/05/Kissofthedamned2.png" width="455" height="184" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Però c&#8217;è chi, imperterrito, ha voluto dare una seconda chance al vampiro di massa. C&#8217;è chi, nel 2012, non ha voluto darsi per vinto e gira <i><b>Kiss of the Damned </b></i>in cui una splendida donna dalla chioma rossa vive nella campagna del Connecticut, conducendo una vita solitaria tra libri da tradurre che, con le pellicole romantiche della prima parte del &#8217;900, accompagnano le sue giornate. Essere vampiro la costringe a non vivere il giorno, approfittando della notte per concludere i suoi lavori. Djuna (<b>Joséphine de la </b><strong>Baume</strong>) possiede un fascino magnetico, rinchiuso nei suoi occhi glaciali e poggiato tra i suoi capelli, con cui attrae Paolo (<b>Milo </b><strong>Ventimiglia</strong>), giovane sceneggiatore silenzioso. I primi incontri tra i due sono descritti dalla regista, <b>Xan </b><strong>Cassavetes</strong>, come timidi, fatti di sguardi pregni di tensione e sentimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma Djuna è pur sempre un vampiro, e si sa, il sangue chiama. Djuna e Paolo non vivono niente di differente dai zuccherati Edward e Bella, ma la Cassavetes con <em>Kiss of the Damned </em>non imbarazza il pubblico. Ispirata ai B-Movie anni 70, di cui se ne sente il profumo sin dai primi secondi della pellicola, la regista introduce i suoi personaggi in modo pacato, ma proprio per questo originale, ben utilizzando la naturale bellezza e il fascino spontaneo della splendida protagonista. Djuna non brilla alla luce del sole, né decide di rischiare di uccidere un uomo facendoci del sesso. Nelle sue camicette bianche osserva, riflette, per sempre giovane e bella lavora, traduce, si commuove assistendo ad un bacio cinematografico in bianco e nero. Tra serate di gala e begli abiti riesce anche a gestire la propria vita sociale e, perché no, amorosa. Da non morta non possiede battito cardiaco, ma vive come un qualsiasi essere umano, alternando la tranquillità delle prime ore serali all&#8217;orrendo terrore dell&#8217;andare a caccia: Djuna è  contemporaneamente animale ed essere umano, predatrice si, ma tendente al pentimento. Rivelando pietà verso l&#8217;essere umano e la vita in sé, Djuna rispetta la morale senza dare nell&#8217;occhio. Fin troppo pacato è il suo essere vampiro.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo sdoppiamento di personalità nel corpo di una piccola brunetta dal fascino inquietante, Mimi (<b>Roxane </b><strong>Mesquida</strong>), rivela invece il torbido nascosto nel cuore gelido di un non morto: la parte bestiale di Djuna, il tormento del vampiro e l&#8217;erotismo scatenato vivono in Mimi, rappresentante dell&#8217;archetipo vampiresco a stento recuperato durante il lungometraggio. A suo scapito ci si sofferma sulla moralità pietosa di Djuna, dipinta come una borghese qualsiasi, dimenticando l&#8217;estremismo tremendo e temibile del vampiro “classico”, a cui lo spettatore cinematografico non standardizzato vorrebbe riabituarsi. Ma la regia della Cassavetes, ai suoi esordi, rende la pellicola piacevole, e sicuramente <em>Kiss of the Damned</em> ne esce più credibile di qualsiasi saga americana. Più terrore, meno ipocrisia.</p>
<p style="text-align: left;">Alessia Romano</p>
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		<title>Rollerball (Norman Jewison, 1975)</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 10:30:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CineFatti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>La decadenza dei nostri giorni ce la ricorda la fantascienza degli anni Settanta. In quegli anni l’uomo ha immaginato il futuro devastante del pianeta Terra, arido e secco, popolato da miliardi di formiche che non hanno più nulla di umano se non i loro normali bisogni da animali. Raro è vedere uno sguardo dall&#8217;alto  vedere il [...]</p><p>The post <a href="http://cinefatti.it/rollerball-norman-jewison-1975/">Rollerball (Norman Jewison, 1975)</a> appeared first on <a href="http://cinefatti.it"></a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La decadenza dei nostri giorni ce la ricorda la fantascienza degli anni Settanta. In quegli anni l’uomo ha immaginato il futuro devastante del pianeta Terra, arido e secco, popolato da miliardi di formiche che non hanno più nulla di umano se non i loro normali bisogni da animali. Raro è vedere uno sguardo dall&#8217;alto  vedere il futuro distopico immaginato da quelle persone attraverso i piani alti dove la devastazione ancora non è di fronte agli occhi di tutti. Jonathan E è uno sportivo di grande livello, un maestro del <a href="http://www.youtube.com/watch?v=qu1cDksmwKs"><b><i>Rollerball</i></b></a>, gioco violento del futuro 2018, l’unico ad esser stato in campo per così tanti anni, l’unico ad essere riconoscibile in ogni paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Il successo di Jonathan è così grande da spaventare le corporazioni, i discendenti delle lobby odierne riuscite a portare il capitalismo al controllo completo del mondo attraverso le quotazioni di mercato. Le città sono proprietà di aziende dell’energia elettrica, del petrolio o magari dei trasporti e gli amministratori sono i padroni, sostenitori di una sola regola: l’individuo non deve avere più alcun potere. La passione per il <i>Rollerball</i> di Jonathan diventa così qualcosa di più, il suo insistere nel continuare rappresenta per i tifosi una lotta contro il sistema, una battaglia all&#8217;ultimo sangue contro chi vorrebbe il singolo schiacciato.</p>
<div id="attachment_15719" class="wp-caption aligncenter" style="width: 356px"><a href="http://cinefatti.it/wp-content/uploads/2013/05/Rollerball-2.jpg"><img class=" wp-image-15719    " style="border: 2px solid black;" alt="James Caan contro tutti nel finale." src="http://cinefatti.it/wp-content/uploads/2013/05/Rollerball-2.jpg" width="346" height="288" /></a><p class="wp-caption-text">James Caan contro tutti nel finale di Rollerball di Norman Jewison.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Alla regia il canadese <b>Norman Jewison</b> , saturo come suo solito di una vena ribelle, diviso tra atmosfere d’azione e foschie felliniane. <i>Rollerball</i> si apre e si chiude con due scene mozzafiato, il gioco viene rappresentato quasi nella sua interezza in ogni partita, il volo sui rollerblade di ogni giocatore è sanguinoso, l’omicidio non è contro le regole se queste sono “disattivate” dall&#8217;organizzazione  una strage vera e propria si compie di fronte al pubblico lobotomizzato. Dall&#8217;altra parte ci sono invece le feste, di cui Jonathan E, alias <b>James Caan</b>, è il protagonista spento, come una sorta di Marcello Mastroianni alla ricerca di un senso nelle sue passeggiate ne <i>La dolce vita</i>.</p>
<p style="text-align: justify;">La spensieratezza si confonde con il vuoto cerebrale, il divertimento consiste nel correre in abito da sera nell&#8217;umidità di colline così false da risultare opera dell’uomo più che della natura, sbeffeggiata e distrutta per il vano divertimento d’una società in rovina anche nei piani più alti. Jewison sfrutta così lo script di <b>William Harrison</b>, dandogli una forte connotazione politica che ancora oggi può essere sentita vicina, in questi giorni in cui il capitalismo ha dimostrato di essere un sistema che non funziona per la gente comune. Uno schiaffo che si manifesta anche nei costumi, poco distanti da quei modelli che spopolavano negli anni Settanta, come se Jewison avesse immaginato un futuro fermo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’evoluzione è solo nella bramosia di sangue del popolo, addestrato a frustate a godere della morte dei giocatori, ignari di tutto ciò che viene tramato alle loro spalle, incoscienti di ciò di cui sono rappresentanti. Da una spinta simile soltanto poteva nascere il disinteresse verso i personaggi e gli amici di Jonathan E, come il duro Moonpie (<b>John Beck</b>), e la moglie Ella (<b>Maud Adams</b>), non forti sul piano recitativo quanto il corporato Bartholomew (<b>John Houseman</b>). <i>Rollerball</i> è un classico tutto da recuperare e rivalutare, un diamante nel cinema di genere degli anni Settanta.</p>
<p style="text-align: left;">Fausto Vernazzani</p>
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		<title>Of your wounds (Nicola Piovesan, 2012)</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 13:03:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CineFatti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>La differenza tra un lungometraggio ed un cortometraggio è, come dice il nome stesso, nel tempo: in pochi minuti e senza avere a disposizione ore intere, è difficile riuscire a costruire la stessa carica emozionale di storie e immagini sviluppate in un “lungo” periodo di tempo. Per questo motivo ci si trova di fronte ad [...]</p><p>The post <a href="http://cinefatti.it/of-your-wounds-nicola-piovesan-2012/">Of your wounds (Nicola Piovesan, 2012)</a> appeared first on <a href="http://cinefatti.it"></a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La differenza tra un lungometraggio ed un cortometraggio è, come dice il nome stesso, nel tempo: in pochi minuti e senza avere a disposizione ore intere, è difficile riuscire a costruire la stessa carica emozionale di storie e immagini sviluppate in un “lungo” periodo di tempo. Per questo motivo ci si trova di fronte ad opere con ambizioni esagerate rispetto a quanto un piccolo spazio potrebbe davvero contenere. Un motivo che mi ha fatto amare ancora di più il corto diretto dall&#8217;italiano <a href="http://vimeo.com/chaosmonger"><b>Nicola Piovesan</b></a>, recentemente visto alla proiezione del <b>Retrò Film Festival</b> dove ha vinto il concorso come Miglior Cortometraggio, <b><i>Of your wounds</i></b>.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli abusi in famiglia sono un tema caro all’uomo e pertanto anche all&#8217;arte, come letteratura e cinema, già entrambi ambasciatori di lunga data. Un uomo (<strong>Edoardo Lomazzi</strong>) e una donna (<strong>Fanny Guidecoq</strong>) sono i nostri protagonisti, entrambi nel cuore ancora bambini, sconvolti da una tragedia della cui portata siamo testimoni solo col nostro udito e gli occhi. Le urla feriscono viso e terreno, un enorme peso manifestato in una cicatrice in crescita come fosse un’infezione sul volto di lei, un enorme peso visibile all&#8217;esterno dell’abitazione: un masso fluttua nell&#8217;aria, un dolore duro come una roccia.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://cinefatti.it/wp-content/uploads/2013/05/Of-your-wounds-2.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-15728" style="border: 2px solid black;" alt="Of your wounds" src="http://cinefatti.it/wp-content/uploads/2013/05/Of-your-wounds-2.jpg" width="307" height="237" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">In undici minuti il tempo si confonde, si piega su se stesso, perché quando qualcosa di terribile segna l’anima per sempre non c’è modo per lo spostamento dei giorni di avere un qualche effetto reale se non sul corpo. La pietra impedisce ogni possibile movimento. <i>Of your wounds</i> è un’opera a 360° che dimostra il talento di un’unica persona, riuscita a realizzare in maniera splendida non solo la regia, ma anche la fotografia (curata insieme a <strong>Luca Cottinelli</strong>) e il montaggio, entrambi elementi tecnici indispensabili per la riuscita di un prodotto cinematografico simile, a cui si aggiunge poi il “breve” effetto visivo della roccia, il <a href="http://cinefatti.it/ted-talk-j-j-abrams/"><i>Mystery Box</i> alla J.J. Abrams</a> che induce lo spettatore a chiedersi per più tempo di quanto il corto stesso duri cos&#8217;era davvero.</p>
<p style="text-align: justify;">L’abuso familiare è un fenomeno tremendo, le sue forme sono così varie che la mente talvolta non riesce a metterle sullo scaffale giusto, a dargli un volto ed un’immagine ben precisa. Un cortometraggio italiano di cui andar fieri, <i>Of your wounds</i> ha girato il mondo e chissà se Piovesan non riesca un giorno a fare il suo debutto distributivo nel lungometraggio, dandoci così occasione di vederlo all’opera con qualcosa di ancor più complesso, ma per ora son contento di poter vedere e rivedere il suo lavoro, <a href="http://vimeo.com/57078698">pubblicato online su vimeo</a> per la gioia di tutti noi.</p>
<p style="text-align: left;">Fausto Vernazzani</p>
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		<title>Still Walking (Hirokazu Kore-Eda, 2008)</title>
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		<pubDate>Sat, 11 May 2013 08:40:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CineFatti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Se ne dicono tante su Hirokazu Kore-Eda, per molti il miglior regista giapponese della nuova generazione, se di nuova si può parlare visti i suoi oltre quindici anni di attività, e sono tutte voci giuste. E’ la verità Kore-Eda non può non essere considerato attualmente uno dei migliori registi nipponici, al pari di Takeshi Kitano [...]</p><p>The post <a href="http://cinefatti.it/still-walking-hirokazu-kore-eda-2008/">Still Walking (Hirokazu Kore-Eda, 2008)</a> appeared first on <a href="http://cinefatti.it"></a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Se ne dicono tante su <b>Hirokazu Kore-Eda</b>, per molti il miglior regista giapponese della nuova generazione, se di nuova si può parlare visti i suoi oltre quindici anni di attività, e sono tutte voci giuste. E’ la verità Kore-Eda non può non essere considerato attualmente uno dei migliori registi nipponici, al pari di <a href="http://cinefatti.it/tag/takeshi-kitano/">Takeshi Kitano</a> e di chi in passato seppe raccontare la vita quotidiana, autori il cui nome è inutile ripetere ossessivamente. Tra i tanti capolavori di Kore-Eda, presto in concorso al Festival di Cannes con <a href="http://asianwiki.com/Soshite_Chichi_ni_Naru"><i>Like Father, Like Son</i></a>, vi è un certo <b><i>Still Walking</i></b><i>.</i></p>
<p style="text-align: justify;"><i></i>A dodici anni dalla morte di Junpei, Ryo e la sua nuova moglie, col figlio Atsushi nato da un precedente matrimonio di lei, si recano verso la casa dei nonni Yokoyama per celebrare l’anniversario e portare nuovi fiori sulla tomba. Gli Yokoyama vivono nel rimorso, la madre Toshiko sogna un mondo in cui Junpei non muore per salvare un bambino che neanche conosceva, Toshio, Kyohei, il capo-famiglia e medico in pensione, considera ancora il suo primogenito il suo erede. In un’atmosfera pesante la famiglia si mantiene unita sforzandosi a più non posso, la tensione la si può tagliare con un coltello e Ryo sente di non provare più lo stesso affetto che aveva per i suoi genitori quando era un bambino che sognava di essere come suo padre.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi incuriosisce il titolo del suo prossimo film, <i>Like Father, Like Son</i>, lo stesso <i>Still Walking</i> poteva fregiarsi di un titolo simile: tre generazioni rappresentate da silenzi e porte (anche metaforiche) chiuse al mondo esterno. Kyohei incolpa la famiglia della morte del figlio, Ryo incolpa il padre per averlo privato di un sogno un tempo suo, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=B8FRsx7keC4">Atsushi desidera di seguire le orme dei defunti</a>, sia dello scomparso Junpei che del suo stesso padre da lui mai incontrato. Sono sogni che vivono la breve vita di una farfalla dalle ali gialle, il simbolo dei morti, che si aggira nelle sale illuminate e sovraesposte da <b>Yutaka Yamasaki</b>. Hirokazu Kore-Eda chiude questi individui “regolari” traendo quel che c’è di speciale dal loro dolore, un male che li spinge a procrastinare ogni loro azione.</p>
<p style="text-align: justify;">“<i>Uno di questi giorni…”</i> è la frase più comune ch’esce fuori dalle labbra di tutti i personaggi, abitanti di strade vuote e circondati dai fantasmi, capaci di sorridere solo di fronte agli eventi passati, trasformando la bellezza nella vita d’una persona così poco rappresentata dalla verità e dalla realtà che ci si chiede se sia mai esistita. In questo si sente l’astrazione di Tsai Ming-liang e del suo <a href="http://cinefatti.it/il-viaggio-del-tempo-che-ora-e-laggiu-tsai-ming-liang-2001/"><i>Che ora è laggiù?</i></a>, ma Kore-Eda non abbandona il suo <i>Still Walking</i> a sensazioni già vissute, le affida anzi ad un ottimo cast da cui spicca il talentuoso <b>Hiroshi Abe</b> nei panni di Ryo, capace di dare il meglio di sé in ogni scena condivisa col più anziano <b>Yoshio Arada</b>: entrambi persi su una spiaggia a parlare di futuri mondi, cercando inutilmente di preservare l’integrità e l’innocenza di <b>Shohei Tanaka</b> (Atsushi).</p>
<div id="attachment_15712" class="wp-caption aligncenter" style="width: 439px"><a href="http://cinefatti.it/wp-content/uploads/2013/05/Still-Walking.jpg"><img class=" wp-image-15712     " style="border: 2px solid black;" alt="Ryota e Kyohei sulla spiaggia nel finale di Still Walking di Hirokazu Kore-Eda." src="http://cinefatti.it/wp-content/uploads/2013/05/Still-Walking.jpg" width="429" height="253" /></a><p class="wp-caption-text">Ryota e Kyohei sulla spiaggia.</p></div>
<p style="text-align: justify;"><i>Still Walking</i> è <a href="http://24.media.tumblr.com/tumblr_kyvv3198Om1qaz1ado1_500.jpg">un’opera pittorica</a>, dipinge alla perfezione la fame di vita degli Yokoyama, le cui figure camminano ancora in uno spazio dai confini imprecisi, segnato da pennellate forti che assomigliano alle lingue d’un fuoco. Un capolavoro di quelli indimenticabili, da tenere stretti al petto per mantenersi ancora in piedi e godersi la bellezza d’un cinema più vivo che mai come quello di Hirokazu Kore-Eda, uno dei migliori giapponesi del nostro tempo.</p>
<p style="text-align: left;">Fausto Vernazzani</p>
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		<title>π &#8211; Il teorema del delirio (Darren Aronofsky, 1998)</title>
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		<pubDate>Fri, 10 May 2013 19:24:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CineFatti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>L&#8217;esordio di Darren Aronofsky è, prima di tutto, un esperimento estetico: le camere a spalla, la pellicola di un bianco e nero dalla grana audace, il montaggio iper-dinamico sono elementi di una ricerca registica particolare che in π &#8211; Il teorema del delirio, si conferma prova vinta brillantemente dal regista. Il tema da lui affrontato [...]</p><p>The post <a href="http://cinefatti.it/il-teorema-del-delirio/">π &#8211; Il teorema del delirio (Darren Aronofsky, 1998)</a> appeared first on <a href="http://cinefatti.it"></a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L&#8217;esordio di <strong>Darren Aronofsky</strong> è, prima di tutto, un esperimento estetico: le camere a spalla, la pellicola di un bianco e nero dalla grana audace, il montaggio iper-dinamico sono elementi di una ricerca registica particolare che in<b> </b><em><b>π &#8211; Il teorema del delirio</b></em>, si conferma prova vinta brillantemente dal regista.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tema da lui affrontato si avvale di dinamiche metafisiche e matematiche, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=ShdmErv5jvs">tramite cui tutto è rappresentabile</a>.<br />
Il capo della trama è sintomo della partenza da un presupposto razionale: il piccolo Maximillian Cohen (<b>Sean Gullette</b>), a 6 anni, guarda il sole direttamente. Questo trauma lo costringe da adulto &#8211; e matematico -, a frequenti e <a href="http://www.youtube.com/watch?v=6_CtgelI6xU">dolorose emicranie</a>, ma i suoi studi sui numeri lo tengono occupato nel suo laboratorio dove cerca di far emergere schemi con cui predire le quotazioni in borsa. Quando alcuni emissari di un&#8217;azienda quotata a Wall Street iniziano ad avere verso l&#8217;ebreo pericolose attenzioni, Maximillian entra in contatto con credenze ebraiche influenzate da misticismo cabalistico. Qui la sua sanità psicofisica è terribilmente minacciata da continue emicranie e delirio matematico, delirio dovuto dall&#8217;ossessione delle sue stesse ricerche. Max tenta di scappare, di togliersi di dosso il peso delle speculazioni ortodosse ma riuscirà a rinsavire solo con un gesto estremo.</p>
<div id="attachment_15700" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://cinefatti.it/wp-content/uploads/2013/05/pi2-a.jpg"><img class="size-medium wp-image-15700" style="border: 2px solid black;" alt="π - Il teorema del delirio" src="http://cinefatti.it/wp-content/uploads/2013/05/pi2-a-300x200.jpg" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Maximillian Cohen nel suo laboratorio</p></div>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;infinito rappresentato dal numero dell&#8217;ossessione, il π (pi greco = 3,1415926536&#8230;), affascina più del linguaggio estetico scelto da Aronofsky, per cui la tendenza espressionista della pellicola è magistralmente accompagnata da una coreografia di numeri, veri protagonisti del film: ogni cosa è rappresentabile da un numero, tutto è compreso in degli schemi e l&#8217;essere umano non è detto possa arrivare a comprenderne il significato. Allo stesso modo il potere eseguito dalla matematica schiaccia l&#8217;essere umano attraverso il potente ascendente della Torah e della religione che ne applica le leggi. Maximillian Cohen segue l&#8217;iter del Faust che per sete di conoscenza vende l&#8217;anima al diavolo: il protagonista di <em>π &#8211; Il teorema del delirio</em> <b></b><b></b>finisce col privarsi di una parte del proprio genio per salvare la sanità mentale, messa alla prova da una vera e propria discesa negli Inferi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cinema presentato da Aronofsky con <em>π </em>appare quindi scarno, freddo, isterico, privo di orpelli stilistici ma denso di tensione, alimentata da una collocazione temporale incerta. L&#8217;instabilità mentale del matematico e la sensazione di precarietà sono palpabili dallo spettatore e lo conquistano, regalando un viaggio a tappe nei meandri della matematica e negli angoli nascosti della mente.</p>
<p>Alessia Romano</p>
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		<title>GRAVITY è la space opera di Cuarón</title>
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		<pubDate>Fri, 10 May 2013 10:32:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CineFatti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Cosa darei per veder Sandra Bullock fare una brutta fine. Il problema deriverebbe dalla costrizione di dover veder ancora una volta Sandra Bullock, cosa che si potrebbe allegramente evitare. Da queste parole potrete facilmente dedurre che non sono uno dei più grandi fan della ora vincitrice di un Premio Oscar, e potrete anche intendere che [...]</p><p>The post <a href="http://cinefatti.it/gravity-e-la-space-opera-di-cuaron/">GRAVITY è la space opera di Cuarón</a> appeared first on <a href="http://cinefatti.it"></a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Cosa darei per veder <b>Sandra Bullock</b> fare una brutta fine. Il problema deriverebbe dalla costrizione di dover veder ancora una volta Sandra Bullock, cosa che si potrebbe allegramente evitare. Da queste parole potrete facilmente dedurre che non sono uno dei più grandi fan della ora vincitrice di un Premio Oscar, e potrete anche intendere che ho delle riserve nei confronti di <b><i>Gravity</i></b>, il prossimo film di fantascienza di <b>Alfonso Cuarón</b>, ottimo regista messicano che ha segnato il genere con <a href="http://www.youtube.com/watch?v=YBzWTIexszQ"><i>Children of Men</i></a>. E dal finale di quel capolavoro di genere deriva il mio desiderio di morte per la Bullock.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://cinefatti.it/wp-content/uploads/2013/05/GRavity-2.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-15694" style="border: 2px solid black;" alt="Gravity" src="http://cinefatti.it/wp-content/uploads/2013/05/GRavity-2-202x300.jpg" width="202" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">In questa nuova space opera la <em>Miss Congeniality </em>è la Dottoressa Ryan Stone, un ingegnere medico in orbita attorno alla Terra per il suo primo viaggio oltre i nostri cieli. Suo compagno di viaggio è Matt Kowalsky (<b>George Clooney</b>), veterano dei viaggi stellari al suo ultimo ritiro nelle profondità dello spazio. Mentre la loro missione si svolge in tutta tranquillità, lo shuttle si distrugge per una ragione sconosciuta ed i due astronauti vengono sbalzati nel nulla e l’unica soluzione per salvarsi è nuotare ancor più lontano dalla Terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa la sinossi di <em>Gravity</em>, e mentre la Bullock e il Divo Clooney svolazzano nello spazio per un film intero, a noi rimarranno delle immagini meravigliose del Sistema Solare, del pianeta Terra visto dall&#8217;alto – o dal basso -, insomma, un mare di CGI non troppo accattivante. Ma questo è quanto e Cuarón sembra puntare molto su questa sua nuova avventura cinematografica, di cui non sarebbe legittimo dubitare visti i risultati dei suoi precedenti film. Ma Sandra Bullock? Lei non è un buon segno, così come il curriculum sci-fi di George Clooney, che, seppur amato dallo stesso Stanisław Lem, non era proprio il massimo col suo <i>Solaris</i>. Ma, come al solito, si pontifica sul nulla, anzi, per l&#8217;esattezza, su un brevissimo teaser.</p>
<p style="text-align: center;"><iframe width="512" height="288" src="http://www.youtube.com/embed/kayC3Ke-yd8?feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p style="text-align: left;">Fausto Vernazzani</p>
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		<title>The Lords of Salem (Rob Zombie, 2012)</title>
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		<pubDate>Wed, 08 May 2013 11:51:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Certe cose andrebbero commentate solo con una sana, abbondante, terapeutica dose di ironia; almeno nel tentativo (vano) di tirare giù dall&#8217;alto di (supposti) piedistalli quelli che in The Lords of Salem di Rob Zombie hanno voluto per forza vedere qualcosa di estremamente serio e sensato a prescindere dal contesto attuale (dimenticato, come ricorda un bel post su [...]</p><p>The post <a href="http://cinefatti.it/the-lords-of-salem-rob-zombie-2012/">The Lords of Salem (Rob Zombie, 2012)</a> appeared first on <a href="http://cinefatti.it"></a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Certe cose andrebbero commentate solo con una sana, abbondante, terapeutica dose di ironia; almeno nel tentativo (vano) di tirare giù dall&#8217;alto di (supposti) piedistalli quelli che in <strong><em>The Lords of</em> <em>Salem</em></strong> di <strong>Rob Zombie</strong> hanno voluto per forza vedere qualcosa di estremamente serio e sensato a prescindere dal contesto attuale (dimenticato, come ricorda un bel post su <em><a title="Recensione " href="http://ilgiornodeglizombi.wordpress.com/2013/04/26/the-lords-of-salem/" target="_blank">Ilgiornodeglizombie</a></em>). Invece di unirsi metaforicamente al &#8220;PERCHE&#8217;?&#8221; urlato dagli altri spettatori, e magari accompagnato da un sonoro e deciso pugno sul tavolo. Dato che un loop di visioni, un&#8217;atmosfera da incubo ben resa (pur se in maniera parziale) e una critica esplicita ed enfaticamente blasfema all&#8217;idolatria ecclesiastica, nel Bene come nel Male; tutti questi aspetti <em>non </em>sono sufficienti a sradicare dal profondo del cuore la convinzione che l&#8217;acclamato regista de <em>La casa del diavolo</em>, a furia di voler prendere per il culo il genere, abbia finito col prendere per il culo anche noi e, forse cosa ben peggiore, se stesso. D&#8217;altronde, ed è bene averne memoria, in questo senso <em>The Lords of Salem </em>non rappresenta una novità: esempi ben più illustri e certificati, quali gran parte della filmografia di Sam Raimi e il recente e fortunato caso di <em><a title="Quella casa nel bosco - la nostra recensione" href="http://cinefatti.it/quella-casa-nel-bosco-drew-goddard-2011/" target="_blank">Quella casa nel bosco</a> </em>di Drew Goddard, hanno ampiamente dimostrato quanto all&#8217;horror sia necessaria, e addirittura funzionale, l&#8217;auto-parodia &#8211; condita e sostenuta da un gradevole numero di citazioni. E il film di Zombie non fa eccezione a questa regola, oramai consolidata nel panorama cinematografico attuale; ma, nel non farla, si perde. Facendo perdere anche i fin troppo fiduciosi fruitori del suo lavoro.</p>
<div id="attachment_15648" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://cinefatti.it/wp-content/uploads/2013/05/The-Lords-of-Salem-Le-streghe.jpg" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-15648" style="border: 2px solid black;" title="The Lords of Salem - Le streghe" alt="The Lords of Salem - Le streghe" src="http://cinefatti.it/wp-content/uploads/2013/05/The-Lords-of-Salem-Le-streghe-300x199.jpg" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">The Lords of Salem &#8211; Le streghe</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il difetto di quel tentativo di semi-parodia trash che è <em>The Lords of Salem</em> è, forse, proprio quello di prendersi troppo sul serio. Scadendo nel ridicolo. Tanto che viene da chiedersi se [SPOILER] l&#8217;eroina, più volte citata, sniffata e probabilmente iniettata nel corso della storia e delle sue ellissi, l&#8217;abbia assunta Zombie assieme a parte del cast tecnico[FINE SPOILER]. E se è così, i più vivi complimenti al fornitore, perché l&#8217;effetto che ne deriva non è soltanto la già menzionata serie di incubi e diaboliche allucinazioni &#8211; contenenti capre, stambecchi (?!), scene di parti difficili cui manca soltanto Moretti che urla &#8220;epidurale per tutte&#8221;, falli di gomma, falli elettrici, falli tentacolari, signori del Male travestiti da Brunetta con addosso un sacchetto della raccolta differenziata. La conseguenza è il CAOS più totale: della sceneggiatura prima, della regia poi. La conseguenza è che ci si chiede: come mai quella finta sfigata della protagonista Heidi (<strong>Sheri Moon</strong>, bella e brava signora Zombie)<strong>*</strong> ami far prendere aria al sedere mentre dorme. Come mai Heidi chieda alla vicina, a neanche 10 minuti dall&#8217;inizio del film, chi vive al numero 5 del condominio &#8211; perché ha visto il solito &#8220;qualcuno&#8221; a cui fischiano le orecchie negli horror di bassa lega &#8211; e, sentendosi rispondere &#8220;nessuno&#8221;, controbatta con tanti saluti e grazie. Come mai un uomo che s&#8217;è occupato a tal punto dell&#8217;argomento &#8216;streghe di Salem&#8217; da riuscire a scriverne un libro non conosca né abbia mai letto il diario di Jonathan Hawthorne, storico persecutore e giustiziere delle adepte di Satana. Come mai i sottoposti del Sommo Antagonista facciano più paura di lui stesso, capace di suscitare soltanto una modesta ilarità, oltre che di inguaiare il climax del <em><a title="Lacrimosa - esecuzione di H. von Karajan [YouTube]" href="http://www.youtube.com/watch?v=e6xKm8XZFMU" target="_blank">Lacrimosa</a> </em>di Mozart. E così via.</p>
<p style="text-align: justify;">Non basta inserire nel cast la discreta e affascinante Moon o la carismatica <strong>Patricia Quinn </strong>(nel ruolo di una delle <em>simpaticissime</em><em> </em>condomine di Heidi); usare <strong>Bruce Davison</strong>, interprete del reverendo ne <a title="La seduzione del male - la nostra recensione" href="http://cinefatti.it/la-seduzione-del-male-nicholas-hytner-1996/" target="_blank"><em>La seduzione del male</em></a>,<strong> </strong>per dare un volto all&#8217;esperto di stregoneria [SPOILER] ucciso miseramente a padellate [WTF - FINE SPOILER]; fare incetta di riferimenti &#8211; scenografici e non &#8211; a <em><a title="Shining - la nostra recensione" href="http://cinefatti.it/il-labirinto-del-folle-shining-stanley-kubrick-1980/" target="_blank">The Shining</a> </em>di Kubrick, <em>Le voyage dans la lune </em>di Méliès, <em>L&#8217;esorcista </em>di Friedkin e <em><a title="Il cigno nero - la nostra recensione" href="http://cinefatti.it/il-cigno-nero-darren-arnofsky-2010/" target="_blank">Black Swan</a> </em>di Aronofsky; selezionare una (pur lodevole) tracklist per la colonna sonora, includendo <a title="Tema di John 5 &amp; Griffin Boice [YouTube]" href="https://www.youtube.com/watch?v=zPmyFWDo8so&amp;list=UUIHWgFV2Xs_qRwCy9VCAtfQ" target="_blank">l&#8217;alienante motivetto dei malvagi</a> sviluppato su quattro note e un trillo telefonico, che fa molto base techno di un brano di Miss Kittin. Non basta la scelta di concludere il film con una disturbante sequenza onirica, montata alla stessa maniera serrata e videoclippara con cui Aronofsky (ancora lui) ha firmato la fine di <a title="Requiem for a Dream - la nostra recensione" href="http://cinefatti.it/il-teorema-dellinsoddisfazione-requiem-for-a-dream-darren-aronofsky-2000/" target="_blank"><em>Requiem for a Dream</em></a> scrivendone anche il mito. E non basta nemmeno il nobile significato, intravisto ed incerto, della critica a quella solitudine cui la società condanna i sofferenti, e dove più facilmente attecchiscono demoni e fantasmi, nella totale indifferenza delle religioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Va detto &#8216;basta&#8217;, piuttosto, all&#8217;insensatezza: anche il <em>nonsense</em> ha le sue regole. E <em>The Lords of Salem </em>ne è quasi del tutto privo: delle streghe rappresenta solo il calderone. Un pentolone ben venduto, per di più, ennesima dimostrazione dello strabiliante potere del marketing. Che da fin troppo tempo predetermina anche i nostri gusti.</p>
<p style="text-align: justify;">Francesca Fichera</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>*</strong> uno spettatore dopo la visione: &#8220;La ragazza bionda&#8230; sai che è la figlia del regista?&#8221; &#8211; il LOL definitivo</p>
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		<title>THE WORLD&#8217;S END con la Trilogia del Cornetto</title>
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		<pubDate>Wed, 08 May 2013 10:48:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CineFatti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Se esiste una trilogia più bizzarra della figlia di Edgar Wright non lo so, ma il titolo di Regina se lo aggiudica la Trilogia del Cornetto. Iniziò con la parodia dell’horror Shaun of the Dead, proseguì con l’azione a tutto spiano di Hot Fuzz e adesso si avvia verso la fine del mondo e la [...]</p><p>The post <a href="http://cinefatti.it/the-worlds-end-con-la-trilogia-del-cornetto/">THE WORLD&#8217;S END con la Trilogia del Cornetto</a> appeared first on <a href="http://cinefatti.it"></a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Se esiste una trilogia più bizzarra della figlia di <b>Edgar Wright</b> non lo so, ma il titolo di Regina se lo aggiudica la Trilogia del Cornetto. Iniziò con la parodia dell’horror <i>Shaun of the Dead</i>, proseguì con l’azione a tutto spiano di <i>Hot Fuzz</i> e adesso si avvia verso la fine del mondo e la fantascienza con <b><i>The World’s End</i></b>. In uscita in Gran Bretagna il 19 Luglio e in Italia il 26 Settembre &#8211; almeno così speriamo che continui ad essere ancora a lungo &#8211; il nuovo film di Wright gioca tutte le carte in tavola con un super cast per chiudere in bellezza un trittico degno dei migliori parodisti del cinema come Mel Brooks.</p>
<p style="text-align: justify;">Peter, Steven, Oliver, Andy e Gary sono cinque amici di infanzia famosi per le loro <i>pub crawl</i> (il giro dei pub), ma quando tentarono di fare il più grande <i>crawl</i> di sempre con dodici pinte in dodici diversi pub, fallirono. Venti anni dopo Gary ritorna da ognuno di loro per convincerli a ritentare il grande giro, questa volta sfidando la sorte con cinquanta pinte o addirittura sessanta, ma c&#8217;è una difficoltà in più: l’umanità è sotto attacco, gli abitanti di Newton Haven sembrano essere posseduti da creature da <em>villaggio dei dannati</em> o <em>invasione degli ultracorpi</em>. A quel punto completare il <i>crawl</i> sarà l’ultimo dei loro problemi e la sopravvivenza del mondo intera si deciderà</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://cinefatti.it/wp-content/uploads/2013/05/The-Worlds-End.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-15678" style="border: 2px solid black;" alt="The World's End" src="http://cinefatti.it/wp-content/uploads/2013/05/The-Worlds-End-300x200.jpg" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><b>Simon Pegg </b>e <b>Nick Frost</b> sono i due principali protagonisti, ma oltre loro si aggiungono gli altri <em>big</em> del cinema inglese: <b>Eddie Marsan</b>, a mio parere uno dei migliori attori viventi, <b>Paddy Considine</b>, il celebre attore feticcio di Shane Meadows,  e<b> Martin Freeman</b>, grande interprete sotto i riflettori per esser diventato il secondo Hobbit più famoso della storia del cinema. Si aggiungono tra i secondari l’ottima comprimaria <b>Rosamund Pike</b>, già abituata alla commedia come spalla di Rowan Atkinson in <i>Johnny English Reborn</i>, e <b>Rafe Spall</b>, nel bel mezzo di una scalata per il successo grazie ai suoi piccoli ruoli in <i>Prometheus</i> e <i>Vita di Pi</i>.</p>
<p style="text-align: justify;">E oggi è uscito il primo trailer, dominato com&#8217;era prevedibile dal <em>dark</em> Gary (Pegg) e dall&#8217;obeso e violento Andy (Frost), in lotta con sgabelli sui pugni e con camicie da strappare in puro stile Hulk. Ma il bello sarà, come anche per gli altri due precedenti capitoli della trilogia, scoprire tutti i riferimenti cinematografici, ma anche letterari, già citati dallo stesso Wright, come ad esempio lo scrittore John Wyndham, autore de <em>Il giorno dei trifidi</em>. Una vera e propria pacchia, geniale già solo dalle prime immagini che ora qui sotto potrete godervi a ripetizione.</p>
<p><iframe width="480" height="270" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight='0' scrolling="no" src="http://hub.video.msn.com/embed/4b4fcd19-78bc-45aa-b969-02421955a50e/?vars=ZnI9c2hhcmVlbWJlZC1zeW5kaWNhdGlvbiZzeW5kaWNhdGlvbj10YWcmbGlua292ZXJyaWRlMj1odHRwJTNBJTJGJTJGdmlkZW8udWsubXNuLmNvbSUyRiUzRm1rdCUzRGVuLWdiJTI2dmlkJTNEJTdCMCU3RCUyNmZyb20lM0QmbWt0PWVuLWdiJmNvbmZpZ0NzaWQ9TVNOVmlkZW8mY29uZmlnTmFtZT1zeW5kaWNhdGlvbnBsYXllciZsaW5rYmFjaz1odHRwJTNBJTJGJTJGdmlkZW8udWsubXNuLmNvbSUyRg%3D%3D"></iframe></p>
<p style="text-align: left;">Fausto Vernazzani</p>
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